La cura del taccuino. Scrivere per cercare le parole dentro e fuori di noi. II parte

La cura del taccuino. Scrivere per cercare le parole dentro e fuori di noi. II parte

 

Ecco la seconda parte dell’articolo di Alice Keller. Potete leggere qui la prima: https://www.italianwritingteachers.it/la-cura-del-taccuino-scrivere-per-cercare-le-parole-dentro-e-fuori-di-noi/ 

Appena è stato possibile tornare a scuola, siamo ripartiti da una domanda: da dove vengono le parole?

Senza timore tutti hanno fatto la loro ipotesi, portando con scioltezza parole che noi adulti a volte maneggiamo a fatica per paura di scottarci. Dal cervello, dall’ispirazione, dalla fantasia, dal cuore, dall’anima, da Dio. Torna spesso Dio nelle risposte dei bambini: questo mi sembra, al di là del credo di ognuno, della sua famiglia, della cultura attorno, il segnale di una loro attenzione autonoma alla dimensione spirituale del mondo. La volontà di cercare una realtà invisibile, forze e poteri che vanno oltre noi, che non tutto ha in comune con la posizione religiosa o meno degli adulti (prezioso, a questo proposito, il saggio di Silvia Vecchini, edito da Topipittori, “Una frescura al centro del petto”).

E nella nostra anima, cosa c’è?

La famiglia, lo sport preferito, le amicizie, la scuola, gli animali a noi vicini, un luogo in cui ci piace stare – le cose che contano, le cose più importanti per noi tornano come filo comune in tutte le risposte che riguardano la nascita delle parole e di ciò che abbiamo dentro. Se guardo ora, alla luce di tutto il percorso fatto, le risposte trovate per i singoli spunti su cui ci siamo interrogati, ecco che l’immagine è quella di un’unica domanda, di un unico luogo attorno a cui si concentra la scrittura, una forza centripeta che la attrae e al tempo stesso, con la stessa forza contraria, la riporta fuori, nel mondo. 

Questi i macro temi che abbiamo affrontato:

Dov’ero quando non c’ero? Il mondo prima di me.

Ho sognato un parco giochi, un tunnel

un tubo d’acqua in cui cadevo

acceleravo al buio

senza freno verso il fondo,

veloce scivolavo giù, scendevo,

ho sognato che nascevo.

Silvia Vecchini, Acerbo sarai tu, Topipittori

Questo slideshow richiede JavaScript.

La casa: che cos’è casa? Se fossi una casa che casa sarei? 

Il mio luogo del cuore: un albero? La panchina del parco? Il mio giardino? Il recinto delle galline?  Il divano? La cucina? La mia stanza? Ognuno ha trovato, pensato e descritto, sul foglio o a voce un luogo preciso ed esatto, una commistione perfetta tra oggetti, animali, emozioni.

Se fosse la casa a parlare, cosa direbbe di noi, di me?: questa, tra tutte, è stata la prima occasione per sperimentare il cambio di punto di vista, prima tappa di quello che per uno scrittore è il lavoro sul personaggio. Non solo: se i nostri occhi e le nostre orecchie diventano muri, pareti, oggetti, spazio, ecco che esce d’istinto la dimensione del suono e la domanda che ci ha portati al grande scavo successivo:

Che cos’è il silenzio?

Il silenzio è la grandine

è il cane che corre

è fischiare nel verbo.

il silenzio è il gatto

sono occhiali

per guardare

sono campanelli

sono lampade lucenti

ma che cos’è il silenzio?

 

Ale, otto anni, da Ma dove sono le parole?

 

Il silenzio che sta nella mia casa

a volte

viene combattuto da un grillo

o una moto

ma quando i rumori passano

il silenzio ritorna a trionfare

e quando mi sveglio nella notte

sento che il silenzio è qui

con me

sia vicino che lontano.

Matteo, otto anni, da Ma dove sono le parole?

Abbiamo osservato alcune immagini di Anais Tonelli tratte da “Il cavaliere del secchio” (Topipittori) e provato a raccontare quali suoni eravamo in grado di sentire, immaginare… ecco che lo spazio per magia si allargava, apparivano personaggi fuori campo, piccole storie si intrufolavano dalla finestra mentre una donna lavorava a maglia, la pentola sobbolliva, il fuoco scoppiettava, il cane dormiva, la neve ricopriva il paesaggio, forse una campana rintoccava in lontananza. Abbiamo assaggiato il segreto dello sguardo attento e della grande narrazione.

In conclusione, come ultime tracce, ci siamo interrogati su:

La prima volta che ho fatto qualcosa, quando ho sentito di essere cresciuto, seguendo la pista di alcune poesie di Silvia Vecchini e un libro di Topipittori dal titolo “La prima neve”;

Quello che conta, cosa vorrei avere

Per ogni domanda, una poesia o l’inizio di un testo ci hanno fatto da traccia.

Molti di questi argomenti sono mutuati da quelli attorno ai quali hanno scritto i bambini e le bambine accompagnati da Chandra Livia Candiani e che si trovano nel volume già citato “Ma dove sono le parole?”. Abbiamo letto molte poesie dalle varie sezioni in cui è diviso il libro, una vera miniera di spunti su cui fermarsi e interrogarsi, un corridoio ricco di porte.

Questo l’elenco quasi completo dei libri che ci hanno guidati, a seconda dei luoghi che volevamo esplorare:

 

Quest’ultimo libro, l’unico tra quelli che ho scritto che mi sono sentita di portare anche come spunto/traccia di scrittura, è stato l’occasione per raccontare ai bambini e alle bambine una parte del mestiere, in particolare il momento in cui la ricerca delle parole per se stessi (comune a me e a loro) si unisce alla ricerca del personaggio. Come sono partita da me e da personali elenchi di “cose che ho” per dar vita al personaggio di Deborah, e come quelle stesse poesie nel corso del libro si siano definitivamente staccate da me, tenendo in loro solo “le cose di Deborah”. Come il mio paesaggio del cuore si sia incanalato dal mio taccuino personale alla storia, come, mescolandosi al ronzare inizialmente caotico della storia che prende forma, la abbia aiutata a incanalarsi fino a diventare ruscello dagli argini ben delineati.

Le cose che ho

Un cancello col lucchetto

una ghiaia che fa un suono

sempre quello

una porta a vetri

una stanza in penombra

una casa stretta

Alice Keller, Le cose che ho, Mondadori

 

A questo proposito, proprio l’ultimo incontro è stato per i più grandi (quarte e quinte) l’occasione per assaggiare un po’ di tecnica e provare un salto più complesso: scrivere a partire da uno degli spunti affrontati nel nostro ciclo, ma immaginando di essere un’altra persona, nello specifico prendendo spunto da alcune immagini fotografate. Come posso creare la loro anima? Ecco che quegli spunti che sono state corde per calarsi dentro di noi, diventano ponte per calarci dentro qualcun altro, mescolando inevitabilmente le parole che abbiamo trovato per noi stessi con ciò che la fotografia ci ispira. Abbiamo immaginato quali domande fare a un personaggio per scoprire parti di lui, e di noi (ottimo spunto l’albo M come il mare, Topipittori, dove il protagonista interroga un bambino immaginario situato dall’altra parte del mare, personaggio sconosciuto e al tempo stesso specchio per i propri sentimenti) e provato a riscrivere una delle tracce del nostro percorso con altri occhi, gli occhi inventati di qualcuno di fittizio, che non siamo noi (ma in cui proiettiamo inevitabilmente parte di noi).

Con altre classi, invece, abbiamo concluso il nostro percorso toccando con mano le cose importanti (quello che conta, come il nome che fin dal primo incontro abbiamo dato al nostro taccuino, il nostro libro delle cose importanti, che servono a noi, alle parole, alla vita) aprendolo poi al futuro, al desiderio: chi vorrei essere? Come? Cosa vorrei avere?

Quello che conta è avere una casa

una casa calda

una casa calda d’inverno.

Quello che conta è avere due occhi

due orecchie, una bocca

e due piedi.

Davide, otto anni, da Ma dove sono le parole?

Con i più piccoli, infine, ci siamo regalati l’ultima domanda: che cos’è la poesia?

Dopo averne lette tante, scritte altrettante seguendo l’istinto di un ritmo, dopo aver affrontato le domande che ci definiscono nel nostro essere e crescere nel tempo, il nucleo primario della nostra esigenza di raccontare storie, la conferma è arrivata con quest’ultima ricerca di definizione “a posteriori”. Ed ecco che tutti i nostri cinque incontri, le parole trovate come risposte alle altre domande sono confluite in un unico imbuto, precipitate al centro, attratte da un unico sole: la poesia è silenzio, è la mia famiglia, è quando leggo con la mamma, il mio cane, girare con mio fratello, quando dormo, quando sento i miei ricordi, quando sono in pace, quando mi arrampico sugli alberi, quando arrivo in cima, quando sento cadere la pioggia. La poesia è il mondo e sono io.

Una piccola postilla: ho parlato più volte dei pochi risultati che la trasmissione della sola tecnica regala (e al tempo stesso, essendo tecnica, richiede). Eppure più volte mi sono anche trovata a dire come attraverso questa non-tecnica sia stato possibile fare delle considerazioni sulle tecniche narrative che ritroviamo nei libri (ad esempio su cosa distingue, dal punto di vista narrativo, un buon personaggio da uno che non lo è). Dunque è chiaro che anche la non-tecnica prevede una trasmissione, nel nostro caso forse due: da un lato, in maniera più o meno dichiarata, ho voluto trasmettere ai bambini e alle bambine una pratica, ovvero un modo di affrontare la scrittura con una certa consuetudine, una quotidianità. Se non c’è stata una richiesta strettamente tecnica nell’articolazione delle parole, ecco che la tecnica emerge nel modo in cui affrontiamo la scrittura, ad esempio con regolarità, con strategia. È strategia cercare quotidianamente o spesso ispirazione sul proprio taccuino, è strategia “arredarlo”, tenerlo come un caro amico, è strategia cercare ispirazione in un’altra lettura, un’immagine, una poesia, una finestra. La definirei una “tecnica dell’ispirazione”, qualcosa che ci suggerisce un modo di stare per essere vicini ai nostri pensieri, e dunque all’intensità del mondo delle idee. Poi c’è un’altra tecnica che è stata trasmessa attraverso gli spunti di scrittura, ovvero la tecnica dell’ascolto, quella che permette di trovare nella lettura un concentrato di possibili tecniche di scrittura, costruendo così nel nostro orecchio, nella nostra mente, una biblioteca potenzialmente infinita di modi di scrivere, di stili, di tentativi riusciti di dare forma al mondo. Non c’è, a mio parere, modo migliore di accorgersene che tramite la lettura silenziosa o l’ascolto. È leggendo che una frase o una storia ci dice se quelle parole sono riuscite a fermare il tempo, a lasciare impressa sul foglio quella traccia del mondo che tutti vogliamo ritrovare. Se quelle parole ci parlano, terremo a mente e nell’orecchio il modo in cui lo hanno fatto, con il passare della nostra vita e dei nostri interessi di lettori e scrittori proveremo ad analizzarle. Ecco che la grammatica non è più fredda, ma suona come un’orchestra: chi racconta? Una prima persona singolare o una seconda? Una prima plurale? Come cambia la temperatura passando da un tu a un noi, da un egli a un io? Cosa mi lascia, come mi fa sentire, che forma arriva alla mia mente? E quei punti, quelle virgole, che ritmo sono? Mi piace? Se voglio replicarlo, come un batterista, devo studiarlo, carpire il segreto del loro susseguirsi rapidi o lenti, periodi secchi o periodi fluidi e ampi come un fiume di cui non si scorge l’altra sponda. Pretendere la tecnica dai contenuti significa ingabbiare i pensieri in una rete che non tutti riescono ad abitare NELLO STESSO MOMENTO con brillantezza (qualcuno può già avere un grande bagaglio di storie a cui ispirarsi, qualcuno può avere una facilità inventiva particolare – non è vero che tutti i bambini hanno tanta fantasia, così come non è la fantasia l’unico motore della scrittura o delle storie – qualcuno può non trovare nella scrittura il suo canale espressivo prioritario). Collocare invece la tecnica nell’ascolto di testi selezionati significa liberare i bambini nella ricerca dell’ispirazione, permetter loro di concentrarsi sui propri contenuti, suggerendo tramite l’ascolto prolungato la tecnica come orizzonte, forma, imbuto dove il ronzare dei pensieri si incanala fino a trovare un unico suono. Non abbiamo parlato spesso di tecnica (anche se io ho raccontato loro di tecniche, come per la costruzione dei personaggi, o come trasformare la scrittura sul taccuino in materiale narrativo organizzato) ma abbiamo spesso parlato di forma. La forma è oro, alla forma dobbiamo aspirare per riuscire a organizzare i nostri pensieri nel modo più efficace e il modo migliore per accedere alla forma è sicuramente la lettura, la più grande tecnica di scrittura conosciuta, silenziosa, senza un corpo in carne e ossa, ma presente come un maestro di violino che mostri al suo allievo come posare il dito sulle corde e gli regala, con la sua esecuzione e quella di altri musicisti, una biblioteca di suoni da tenere nel proprio orizzonte. Il desiderio, la fame di storie, allena la tecnica.

Alice Keller

Bolognese e scrittrice per ragazzi. Nel 2015, insieme a Sara Panzavolta e Veronica Truttero, ha aperto Momo, una libreria per bambini e ragazzi a Ravenna. Questa la bio dal profilo Instagram:”Leggo molto, parlo solo se devo, scrivo sempre”
Condividi


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *