Tandem. Come iniziare il laboratorio WRW in due (e finirlo assieme)

Tandem. Come iniziare il laboratorio WRW in due (e finirlo assieme)

Un infausto inizio

Settembre. Primo collegio docenti. I saluti con i colleghi dell’anno precedente, il chiacchiericcio euforico da primo giorno di scuola, la caccia al posto migliore in fondo alla sala per poter continuare a parlare di quanto cristallina era l’acqua del mare… Poi il vociare poco a poco si spegne, il corpo docente prende posto sulle sedie e la parola passa alla Dirigente. Solito rito, no? Ma vi è mai capitato di sedervi vicino ad un nuovo collega, di notare che armeggia loscamente dentro il suo zaino per estrarne un taccuino e poi, alzata la testa, il barbuto vi guarda negli occhi e dice: «Tu fai WRW?». «Certo che NO!» sbottate voi secchi secchi, con la testa ancora sotto l’ombrellone e la scottatura dell’ultima uscita alpina che prude come non mai.

Ecco, questo è stato il nostro inizio, il nostro infausto inizio. (Sì, è andata proprio così. Chi ben comincia è a metà dell’opera…)

 

Cento passi per volare 

Quel che è accaduto in seguito è presto detto. Poiché ci erano state assegnate le quattro classi prime del plesso (una fortuna sfacciata!), ogni dubbio residuo è stato subito fugato: il WRW circolava nel sangue di entrambi, l’uno lo aveva sperimentato in qualche unità didattica, l’altra attendeva fiduciosa – nonostante quel NO iniziale uscito più dalla pancia che dalla testa – la materializzazione di qualcuno/a con cui condividere un cammino che la spaventava almeno quanto la attraeva.

Il primo passo è stato quello di conoscersi reciprocamente per sondare punti di forza e carenze da colmare nella nostra preparazione. 

Secondo passo. Una volta concordati gli obiettivi generali a cui mirare, ci attendeva la programmazione: questa è stata strutturata in modo tale da alternare all’interno della stessa settimana due ore dedicate alla lettura e due alla scrittura (mai scelta fu più sbagliata! Abbiamo passato l’anno a fare i funamboli… però ora abbiamo muscoli guizzanti), decisione su cui, al termine dell’anno, ci siamo ravveduti grazie all’intervento illuminante della prof.ssa Alice Cabrelle (grazie, grazie, grazie!) che ci ha saggiamente consigliato di alternare interi moduli di scrittura con altri di lettura. I nuclei che abbiamo selezionato (quanta fatica abbiamo fatto per eliminare contenuti! ma ora viviamo con più serenità questo strappo) erano le regole del laboratorio, l’autobiografia, la fiaba, il racconto d’avventura, la poesia, l’Iliade e la lettura di un romanzo di cui incontrare l’autore (sarebbe poi stato Oh, Harriet di Francesco D’Adamo).

Terzo, quarto, quinto e… centesimo passo. Se l’impalcatura era tracciata, mancava la sostanza: di settimana in settimana il giovedì ci siamo alternati a scrivere una proposta di programmazione scandita in giorni e ore che stabilisse strategie, testi, attività da proporre alle quattro classi. Tra i nostri intenti c’era, oltre a quello di procedere assieme, di confrontarci e misurarci in due con le difficoltà che man mano emergevano, anche quello di trasmettere per tempo ai colleghi per il sostegno i passi che avremmo calcato in modo tale che potessero seguire e adattare opportunamente le proposte didattiche alle caratteristiche degli alunni con disabilità. Abbiamo quindi ideato, avvalendoci della struttura ripetibile delle ML, strategie di scrittura e lettura, sforzandoci di utilizzare i testi dell’antologia in adozione. Tutti i materiali autoprodotti sono stati ordinatamente (ecco, forse è il caso di aggiungere che l’ordine è arrivato parecchi mesi dopo aver iniziato… averlo fatto prima!) raccolti in una cartella in modo tale da poterli di volta in volta condividere in Classroom con le nostre classi. Alla fase progettuale seguivano la revisione della programmazione e l’invio della comunicazione alle colleghe. 

Avevamo iniziato a volare. A svolazzare, almeno.

 

La straordinaria invenzione di Nancie Atwell

Serve dire che attorno a noi la proposta ha trovato da subito accoglienza e sostegno. Fin dall’assemblea con i genitori abbiamo annunciato che avremmo insegnato italiano in un modo un po’ diverso da quello che probabilmente ricordavano o avevano vissuto per mezzo degli altri figli, che avremmo chiesto alcuni materiali particolari e che non avremmo fatto scrivere temi (e qui l’attenzione aveva raggiunto un livello talmente alto da far scostare dal muro un cartellone). Forse non sapevano a che cosa andavano incontro, fatto sta che la settimana successiva tutti i ragazzi avevano un taccuino con la copertina rigida. Ci è voluto l’intero primo quadrimestre per spiegare le varie fasi di scrittura ai ragazzi e ai genitori, i quali, durante i colloqui, alternavano momenti di sperticata lode per l’entusiasmo dei figli a lugubri perplessità legate soprattutto alla difficoltà di prendere dimestichezza con organizzatori e minilesson.

La Dirigente scolastica non si è opposta e i colleghi del Dipartimento ci hanno studiato per un anno, chi da neofita, chi condividendo pratiche già in essere (riprese anche dal WRW). Sono stati colpiti dalla disposizione dell’aula, dagli organizzatori, dall’uso degli albi illustrati (e l’attacco poetico per la Giornata della poesia? C’erano poesie anche in bagno!). Si sono spaventati quando hanno visto il lavoro sommerso. Pure le programmazioni annuali hanno dovuto seguire un adattamento dei percorsi: non sarebbe stato possibile affrontare tutte le unità previste dalle proposte tradizionali. L’entusiasmo è stato comunque coinvolgente ed ha portato all’adesione di buona parte del Dipartimento ad un corso base sul metodo e a una riflessione sulla nuova adozione dell’antologia alla fine dell’anno.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grande manca

A giugno abbiamo tirato una linea e valutato gli aspetti positivi e negativi. Al primo posto della classifica degli aspetti positivi sta l’entusiasmo degli studenti, i quali hanno iniziato ad apprezzare i momenti di lettura e di scrittura, senza sbuffare e scoprendo la difficoltà e la bellezza del lavoro lento e rifinito (“scrivendo ho imparato che per un racconto serve una laurea in chirurgia perché si cancella, si unisce, si taglia, si riscrive, si trova sempre qualcosa da sistemare” ha scritto un alunno durante la metacognizione).


Al secondo posto la possibilità di lavorare in coppia: la divisione dei lavori, la programmazione condivisa, il confronto dei risultati, la riflessione sulle proposte, il sostegno durante i momenti di sconforto e la sostituzione quando le energie erano allo stremo.

Al terzo posto la possibilità di avere un’aula unica, uno spazio per quattro classi interamente dedicato al laboratorio, dove i ragazzi possono trovare tutti i materiali e i testi degli altri (pubblicazione vera!).

Abbiamo anche percepito delle assenze, non ancora superate: la biblioteca di classe. Pur avendo una comoda biblioteca di plesso, gli orari per l’accesso e la gestione dei prestiti hanno limitato la possibilità della lettura libera nel tempo e nello spazio. L’antologia: non avendo in adozione un libro strutturato con proposte secondo il metodo WRW, è stato piuttosto difficile adattare il nostro manuale al percorso (possiamo almeno dire di averci provato). Per questo la ristrutturazione, la ricerca dei materiali, la creazione degli stessi ci ha richiesto un numero notevole di ore di lavoro. È stato come ritornare al primo anno di insegnamento, alla prima supplenza, quando tutto era da realizzare, conoscere, inventare, quando non c’era un bagaglio di proposte già testate, di verifiche pronte o facilmente adattabili, di colleghi ai quali chiedere aiuto ad ogni cambio dell’ora. Di fatto siamo ripartiti. In due.




Giulia Brian

Era già grandicella quando, trascinata da un’amica in biblioteca, ha provato per la prima volta un leggero pizzicorino che qualcuno chiama piacere di leggere. Ancora oggi tiene bene a mente la fatica di chi muove i primi passi tra le righe. Quando non è a spasso tra i banchi di scuola, la potete incontrare, zaino in spalla, lungo un cammino, alla ricerca di una nuova storia da raccontare.

Giulio Dalla Ricca

Tira di scherma. Legge camminando. Scrive a tempo perso di argomenti per persone con gli occhiali. Alcuni giorni alla settimana frequenta la scuola assieme ai ragazzi. Preferisce sedersi all’ultimo banco per vedere meglio fuori dalla finestra senza farsi scoprire.

 

Condividi


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *