Non sono mai stato/ tanto / attaccato alla vita

Non sono mai stato/ tanto / attaccato alla vita

Camminare in trincea e riuscire ancora a vedere i colori, quando Ungaretti parla attraverso le emozioni

Da qualche anno comincio la mia programmazione di terza con la poesia, la ritengo una modalità utile ai ragazzi che, dopo un’estate all’insegna di scritture nel taccuino, hanno bisogno di immergersi nella pratica scolastica in modo graduale. Iniziare con la poesia è solo apparentemente più semplice, perché implica “gettare il cuore oltre l’ostacolo” e lasciarsi sfidare dalla voce dell’autore, farsi condurre per mano e, talvolta, fare a botte con versi che non si vogliono svelare così facilmente. 

Quest’anno con gli alunni di terza ho ripreso delle strategie di lettura che avevano già utilizzato negli anni precedenti: sapevano approcciarsi a una poesia e riconoscere la voce dell’autore, scavare tra i versi e portare alla luce ferite e tratti personali, riconoscere parole “che sporgono” e figure retoriche ormai incontrate più volte. Molti hanno usato con costanza la strategia Vai al sodo1, perché la ritenevano una strada sicura.

Quello che mancava loro, forse, era darsi la possibilità di scrivere poesia, seguendo un sentiero già tracciato e che non fosse troppo scomodo. Ho voluto proporre, quindi, un’attività che potesse risultare sfidante per qualcuno e rassicurante per chi, invece, dimostrava delle difficoltà nella scrittura. È per questo che a febbraio ho proposto Ungaretti e l’ermetismo.

Devo premettere che generalmente non propongo la lettura e lo studio di molti capitoli di storia della letteratura, cerco di capire dove mi permette di arrivare la classe e, a quel punto dell’anno, sapevo che avevano bisogno di poter lavorare sulla poesia, di analizzarla, ma soprattutto di scriverne.

Ho introdotto le caratteristiche dell’ermetismo, il minimo perché potessero riconoscere in Ungaretti non un alieno ma un uomo del suo tempo (dopo i poeti romantici non è così scontato apprezzare la voce, a tratti claudicante, di un poeta simile). Ho proposto, poi, in classe la lettura di alcune poesie “di trincea” (Veglia, Fratelli, San Martino del Carso e Soldati) con l’obiettivo di “riconoscere la voce dell’autore”. Non ho dovuto introdurre strategie nuove, perché erano le stesse che avevano usato in precedenza e che hanno permesso loro di “arrivare al sodo”.

Ho chiesto di iniziare sottolineando parole/frasi che suscitano emozioni o immagini vivide, chiedendo poi di verbalizzare o di condividerle tramite dei disegni; ho proseguito con una discussione aperta sulle prime impressioni usando delle domande-stimolo: 

  • Cosa vi colpisce?
  • Che sensazioni emergono?
  •  Che parole sporgono (cioè saltano agli occhi per la loro forza, per la posizione in cui sono…?)

Mi piace particolarmente quando uso in classe questo verbo (sporgere) per parlare di parole, perché i ragazzi capiscono subito che alcuni versi, alcuni termini sono pietre d’inciampo nell’intenzione dell’autore e che la loro posizione non è casuale, a volte è un po’ come il comodino a cui vai addosso con un piede mentre cammini al buio in camera tua (immagine creata da uno dei miei alunni).

A questo punto mi sembravano pronti per lavorare in gruppo e analizzare una poesia (una sola e scelta tra quelle proposte) secondo questi aspetti:

  • riconoscere il contesto storico e biografico (individuare nelle poesie quanto emerge della vita del poeta, cosa si può capire della sua esperienza…); 
  • riconoscere le scelte stilistiche (versi brevi, enjambement, lessico semplice ed evocativo);
  • individuare i temi principali (solitudine, fraternità, dolore, precarietà della vita).

Il confronto non è stato facile; anche scegliere una delle quattro poesie ha portato qualche dramma, inoltre ammetto di aver creato dei gruppi un po’ troppo nutriti, visto che ho suddiviso la classe in quattro parti (rispettando la divisione nelle “quattro case di Hogwarts”, ma questa è un’altra storia), il che ha portato qualche elemento fragile a nascondersi nel gruppo, procedendo più a traino che da protagonista.

Ho chiesto loro di soffermarsi il più possibile sul secondo e terzo aspetto e di cercare di motivare le scelte di Ungaretti. Ne sono uscite delle condivisioni ricche e molto significative: nulla è lasciato al caso, ogni parola ha un significato profondo, per forza, ha detto qualcuno, le parole che ha usato sono poche, non poteva permettersi di sprecarle; per spiegare un verso, io devo parlare per cinque minuti (oppure non posso aggiungere nulla).

Il confronto tra gruppi ha, poi, dato vita a una “mappa delle emozioni” in cui ho raccolto quello che era emerso dalla classe.

Forse questo è stato il momento più emozionante, almeno per me, perché la lavagna si è riempita in un attimo: la lavagna e le parole si dividevano a metà tra emozioni strazianti e altre piene di vita e di forza. Dove volevo arrivare? Volevo che si ricordassero Ungaretti come il poeta della vita che nasce da una trincea scavata dal dolore e dal sangue, non volevo che ricordassero solo la bocca digrignata volta al plenilunio, ma anche quel sussurro meraviglioso non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita.

E loro, come sempre, l’hanno capito benissimo, perché si sentono spesso così squarciati, divisi tra due mondi e continuamente in divenire.

Ho chiesto loro, poi, di partire dalla poesia che avevano scelto e di scriverne una attorno a un loro conflitto o a una tematica che sentivano particolarmente forte (dal taccuino qualcuno ha recuperato idee dall’esperienza personale, ma per molti la connessione immediata è stata alle guerre di cui sentono parlare). Non avevo suggerito una strategia particolare, ma solo di “imitare” lo stile di Ungaretti (riduzione al minimo degli aggettivi, spezzare i versi, uso limitatissimo della punteggiatura, anafora di parola…), di usare cioè tutto quello che avevano riconosciuto come caratteristico del poeta.

Le possibilità erano tre:

a) scrivere una poesia breve utilizzando parole chiave delle poesie di Ungaretti.

b) scrivere un ricalco di una poesia dal punto di vista di un altro personaggio, es. un commilitone, un familiare lontano, un soldato nemico. (Questa pratica è stata suggerita per permettere anche a chi era in estrema difficoltà di “produrre” qualcosa, anche se in effetti si tratta più di una scrittura in risposta al testo).

c) raccontare un episodio di guerra attraverso uno stile ungarettiano, con versi brevi ed evocativi.

 

Dopo il primo momento di riflessione, si sono buttati tutti sul foglio, arrivando anche a creare più poesie e più stesure, scegliendo e limando quello che era troppo prolisso. La difficoltà, se ne sono accorti subito, derivava non tanto dal mettere quanto dal togliere.

Quello della scrittura in bozza è un momento che mi gusto molto da quando ho introdotto nelle mie classi il WRW, perché vedo nascere e crescere l’officina della scrittura: fogli che si sommano, parole scritte, cancellate e riscritte, senza timore della pagina pasticciata. Amo vedere strati di libri sovrapposti e a volte anche appoggiati sui davanzali delle finestre, a terra e in grembo. Credo che la violenza più grande che si possa fare a uno scrittore (e i nostri ragazzi a scuola non sono diversi) sia impedirgli di attingere, ispirarsi e anche “copiare” dai modelli. Da questa fase mi aspetto sempre molto, giunti in terza vedo che gli alunni non hanno paura di scrivere e riscrivere, di rendere il foglio un campo di battaglia, di chiedere consulenze (chiedo loro di prenotarsi su un foglio per le consulenze con me) e di mostrare il loro testo ai compagni per avere qualche punto di vista nuovo.

Come ultimo compito ho chiesto loro di analizzare la propria poesia, individuando figure di significato e di suono, spiegando a un ipotetico lettore le proprie scelte e giustificando quanto scritto. Devo ammettere che in quest’ultima parte mi hanno stupito perché hanno saputo svolgere una autovalutazione critica e profonda, mettendo in luce sia i punti di forza che i passaggi poco convincenti. Sono estremamente bravi nel riconoscersi lacune, meno pronti invece a tributarsi complimenti. Ho notato che quando l’osservazione critica arriva da loro (o dai compagni), la soluzione è molto più efficace così come la capacità di correggersi. 

Ne è emersa una capacità di analisi che in altri contesti non avevo notato. Scrive un ragazzo per spiegare un suo verso: “Ho usato l’espressione “una volta ancora” e non “ancora una volta” perché, alla fine di ogni guerra, si dice sempre “mai più un’altra guerra” ma dopo qualche giorno, mese, anno o secolo se ne comincia un’altra, con armi più terribili e più morti.”

È stato un lavoro impegnativo e le ore richieste sono state abbastanza consistenti (8 ore in tutto); per la valutazione ho cercato di soffermarmi su tre criteri: partecipazione attiva nella prima fase, competenze di scrittura (dalla bozza, passando per la revisione e l’editing) e, infine, competenze di riflessione metacognitiva. 

Un momento di condivisione finale non manca mai, questa volta abbiamo fatto una “celebrazione” veloce: seduti sulla poltrona rossa che ci ha portato l’ultimo PNRR dell’anno scorso, ognuno ha letto la propria poesia, lasciando agli altri il compito di gustarla, senza aggiungere parole di spiegazione. 

Questa unità didattica non è stata solo un percorso di analisi testuale, ma un’esperienza che ha trasformato la parola in emozione e la scrittura in scoperta e in sfida. Ho avuto la sensazione che Ungaretti sia stato letto, capito, imitato e, soprattutto, amato (almeno da molti di loro)!


Note
1) L’organizzatore di sintesi “
Vai al sodo” è pubblicato in Ramazzotti-Pognante, Il testo espositivo con il metodo WRW, Erickson, 2024.

Silvia Marcante
sono un’insegnante di lettere alla scuola secondaria di primo grado. Da sempre amo parlare di libri e condividere le mie letture con i ragazzi, per questo ho fondato, assieme a un’amica bibliotecaria, il gruppo di lettura “Binario 9 ¾”.
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